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È questo il cambiamento che vogliamo!

Il testo dell’intervento di Antonella Veltri, presidente di D.i.Re, al lancio del Position Paper “Il cambiamento che vogliamo. Proposte femministe a 25 anni da Pechino.

 

Buongiorno e ben ritrovate.

Grazie a chi ha voluto partecipare, a distanza o di persona, alla presentazione di questo lavoro.

Un gruppo eterogeneo di donne – molte delle quali avevano già collaborato alla redazione dei Rapporti ombra per la CEDAW, Commssione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione sulle donne, e per il GREVIO, il Gruppo di esperte sulla violenza contro le donne del Consiglio d’Europa, coordinati da D.i.Re – ha deciso di dare voce al cambiamento che vogliamo, anzi che esigiamo con chiarezza e determinazione.

Questo Position Paper è un lavoro “corale”, realizzato a tempo di record, che racchiude l’impegno, le esperienze, le competenze e la straordinaria capacità di collaborazione di 68 esperte di varia provenienza storica e teorica su diversi temi e che rappresentano ben 45 organizzazioni dell’attivismo femminista.

È una presa di posizione con proposte, rispetto 7 aree critiche identificate dalle Nazioni Unite come prioritarie per migliorare la condizione delle donne, a 25 anni dalla storica Conferenza mondiale delle donne di Pechino, senza pretesa di esaustività, come espressione delle competenze e specificità di chi ha partecipato alla redazione.

Un grazie dunque alle mie amiche e compagne di D.i.Re e a tutte voi che avete contribuito alla realizzazione di questo prezioso documento.

Nei primi sei mesi di quest’anno le donne hanno retto l’intero Paese non solo con il lavoro di cura nell’ambito delle relazioni familiari, ma anche nelle strutture sociali-sanitarie, scolastiche, educative e con tutte le professionalità e competenze trasversali all’intero mondo del lavoro.

La pandemia che stiamo attraversando ha fatto emergere quanto ancora il lavoro di cura richieda una profonda rivisitazione dei rapporti fra generi.

Assistiamo a uno scarto, una distanza fra ciò che le donne fanno da una parte e il loro riconoscimento nello spazio pubblico e istituzionale, in uno scenario che mostra una ricaduta rovinosa sul sistema politico, economico e sociale gestito a grande prevalenza da uomini.

In altre parole il sistema di gestione del potere e delle risorse, governato quasi esclusivamente da uomini, ha fallito, continuando a escludere, o a includere solo formalmente, le donne.

Le donne “esperte” sono, a mio avviso, le donne che attraversano la vita, i saperi, le esperienze, le conoscenze, le pratiche, le relazioni considerando i principi dell’autodeterminazione, del femminismo, del rispetto della libertà in ogni campo e in tutte le dimensioni.

Continueremo a lavorare per una società più giusta, ma non accetteremo più di essere considerate né esperte, né marginalmente esperte.

Sono da oltre trenta anni ricercatrice del CNR.

Mi occupo di risorse ambientali e in questo tempo ho lavorato tenendo insieme naturalmente, e quindi di fatto, l’affermazione dei diritti delle donne, la loro libertà e il benessere ambientale, lo sviluppo sostenibile: il nesso è rappresentato dal rispetto e dalla consapevolezza, in un proficuo ciclo dinamico di conoscenze e azioni, in cui il metodo esperienziale, sperimentale, la pratica, la messa in atto si coniuga con valori, principi e teoria.

Oggi lo sfruttamento delle persone e dell’ambiente è la norma.

Siamo qui e ci poniamo come portatrici di altre priorità e valori, affinché si inneschi davvero un cambiamento nella nostra società e nelle nostre vite.

25 anni fa, in occasione della Quarta Conferenza Mondiale sulle Donne di Pechino, è stata lanciata al mondo la promessa di uguaglianza e di diritti, con una chiara indicazione di quali fossero i diritti delle donne da realizzare e da implementare.

Oggi mi chiedo “In che Stato siamo?”, che è anche il titolo della campagna con cui ci rivolgiamo alle istituzioni per applicare le raccomandazioni del GREVIO e rendere effettiva la Convenzione di Istanbul in Italia.

Il GREVIO sottolinea la necessità di adottare soluzioni coordinate e multi-istituzionali che coinvolgano tutti gli attori interessati e in particolare le associazioni di donne che storicamente hanno fondato Centri antiviolenza e Case rifugio.

I Piani nazionali non hanno garantito la messa in atto di politiche globali, di sistema, coordinate sulla violenza contro le donne.

Non si è fatto tesoro delle esperienze realizzate da più di 20 anni dalle ONG di donne che hanno creato i Centri antiviolenza.

Poche, pochissime le esperienze positive di reti tra i centri antiviolenza e le istituzioni, in cui si sono creati e rafforzati ponti di collaborazione, pratiche e spazi di pensiero condivisi.

Queste poche esperienze devono essere diffuse e replicate, prese a modello.

I Centri antiviolenza devono essere tenuti in considerazione, resi attori principali, non tanto per la funzione di servizio, che pure è importante, ma anche e soprattutto per il lavoro culturale, di prevenzione, di formazione e quindi di superamento delle gabbie degli stereotipi.

Agenti e motori imprescindibili di un cambiamento non più rinviabile, non chiediamo, non offriamo, ma affermiamo con determinazione la necessità di un pieno riconoscimento da parte delle istituzioni i cui Piani, di fatto, hanno escluso ed escludono le associazioni di donne dagli ambiti decisionali e programmatori e dai livelli di governance.

In questo contesto generale, i 25 anni trascorsi da Pechino hanno visto scorrere voci, organizzazioni, forme partecipative di donne che hanno mostrato prese di posizione politica forti e hanno fatto battaglie contro le molteplici discriminazioni che colpiscono le donne. Discriminazioni legate alla classe sociale, ai processi di impoverimento, al razzismo, alla sessualità, al genere, alla violazione dei diritti, alla libertà per tutte e tutti.

Da una parte quindi si è messa in luce la capacità di queste discriminazioni, di queste violazioni di rafforzarsi, dall’altra si è anche consolidata la posizione che riconosce alle donne una complessità sociale, politica e storica che permette di tracciare alleanze riconoscendo scelte, sguardi, posizioni, identità.

È in questo scenario positivo e di riconoscimento che il Position Paper si inserisce, per fare sì un bilancio dei progressi, dei ritardi e in vari casi persino degli arretramenti nella realizzazione della Dichiarazione e del Programma di Azione di Pechino, ma soprattutto per ribadire, con totale chiarezza e massima autorevolezza, che senza le donne il sistema fallisce.

In un’epoca dove le incertezze sono le uniche certezze del quotidiano, permettetemi una considerazione che sono certa attraversi tutte noi:  abbiamo una sola possibilità, ripartire da noi.

È questo il cambiamento che vogliamo!

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